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di Elido Fazi
Europa: sogno o incubo.
Bozza di Manifesto per una sinistra europeista. Parte prima

Bozza di Manifesto per una sinistra europeista. Parte prima

Alexis Tsipras quando era studente
Alexis Tsipras quando era studente

Tutti i leader più accreditati della sinistra europea, da Alexis Tsipras, leader di Syriza, il partito che alle ultime lezioni greche è arrivato secondo, che si candida alla Presidenza della Commissione per conto del Partito Europeo di Sinistra (European Left Party), a Martin Schulz che si candida alla Presidenza della Commissione per conto della famiglia dei socialisti europei, al nuovo leader del Partito Democratico, Matteo Renzi, pongono come obiettivo primario di una politica economica di Sinistra la lotta alla disoccupazione. Non ci vuole molto a capire perché.

Insomma, nessuno nella Sinistra europea sembra avere dubbi che l’obiettivo prioritario di qualunque politica europea deve essere la creazione di posti di lavoro. Visto che siamo tutti d’accordo sull’obiettivo, bisogna cominciare a discutere a questo punto su quali siano gli strumenti più adatti e più efficaci per raggiungerlo.

Alexis Tsipras è sinora il leader di sinistra che ci sembra abbia le idee migliori e Renzi farebbe bene a confrontarsi anche con lui.  Tsipras non propone un’uscita dall’Euro, ma un rilancio dell’Europa basato su politiche non-neoliberiste. Finora il malessere europeo è stato intercettato da movimenti anti-euro di destra. Se queste correnti avessero successo alle prossime elezioni, non solo ci sarebbe un arresto nel processo di completamento dell’Europa, ma neanche un serio dibattito sulle politiche neoliberiste che hanno portato alla catastrofe europea. Molti dei partiti anti-euro in politica economica sono ancora più liberisti di Angela Merkel.

La battaglia contro la disoccupazione, secondo Tsipras, non può più ormai essere condotta dagli Stati nazionali, che non hanno più nessuno spazio di manovra per politiche di questo tipo, ma deve diventare uno degli obiettivi di una politica economica e monetaria europea. “I leader europei che sostengono che la medicina dell’Austerity sta avendo successo sono degli ipocriti. Per milioni di persone, il sogno europeo è diventato un incubo… Le elezioni europee il prossimo maggio ci consentono di cominciare un dialogo vero con la gente – soprattutto coloro che sentono che nessuno fa niente per loro – per mettere le basi per una significativa democrazia europea basata sulla dignità umana… L’Europa ha bisogno di un fronte anti-austerità e anti-recessione”.

Provenendo da un Paese che ha una disoccupazione al 27%, quella giovanile al 60 %, una diminuzione del Pil dall’inizio della crisi del 25%, una riduzione del reddito delle famiglie del 40%, un rapporto debito/Pil che è salito dal 120% del 2010 al 180% di oggi, e avendo condotto la sua campagna elettorale sul rigetto del “memorandum” con cui la Troika ha cercato di gestire i problemi della Grecia, Tsipras ha oggi le carte più in regola di altri leader di sinistra che in passato, anche in Italia, hanno votato allegramente per le politiche di Austerità. Schulz, purtroppo, diventerà poco credibile alle elezioni europee se il Partito Socialdemocratico parteciperà al governo di Gross Koalition in Germania con il programma di Austerità ancora come bandiera.

La Sinistra europea deve quindi allontanarsi dalle sirene anti-euro (molti dei piccoli gruppi della Sinistra italiana hanno invece abboccato in pieno e faranno campagna elettorale anti-euro a fianco del nuovo leader della Lega Matteo Salvini e all’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno che sulla via di Damasco ha scoperto il suo salvatore, l’economista Bagnai) e cominciare a proporre idee e progetti concreti sulle politiche necessarie per combattere la disoccupazione a livello europeo, come suggerisce Tsipras.

Dopo decenni in cui la Sinistra italiana non ha avuto quasi nulla da dire in Europa – negli anni Novanta, la leadership della Sinistra in Europa è stata nelle mani dei Laburisti di Tony Blair che proponevano una terza via socialista-neoliberista – ha ora la straordinaria opportunità di prendere la leadership europea. Il PD, sotto la guida di Matteo Renzi, non dovrebbe assolutamente perdere questa possibilità, ma per poter far questo è importante che si torni al più presto allo studio e all’approfondimento dei grandi temi della politica europea, l’unica, secondo noi, che potrebbe tirarci fuori dal pantano in cui siamo precipitati, anche a causa di scelte politiche europee sbagliate.

Qui vorremmo iniziare un dibattito sulle ricette necessarie per uscire dalla crisi che tenga conto di molte idee che già circolano liberamente, non tanto sui quotidiani e sulle riviste, sempre molto conformisti nelle loro analisi, ma nei tanti blog che discutono seriamente di queste cose in tutta Europa. E in qualche caso vanno riprese proposte che sono già circolate anche nelle istituzioni europee.

Secondo noi, la prima cosa che la Sinistra dovrebbe fare subito dopo le elezioni del nuovo Parlamento Europeo, è quella di ripresentare subito due articoli, l’articolo 9 e 10, che erano già contenuti nel draft report della Commissione Affari Economici e Monetari preparato da Gianni Pittella e dal suo staff. Come noto l’unico referente a cui la BCE è accountable come dicono a Bruxelles è il Parlamento europeo a cui presenta ogni anno un rapporto sulle attività e le policies della banca centrale. Il rapporto è stato presentato dalla BCE al Parlamento europeo il 24 aprile e la Commissione per gli Affari Economici e Monetari ha presentato all’aula un draft report l’11 giugno in cui si facevano osservazioni sul rapporto della BCE. In particolare il draft del Parlamento europeo, all’articolo 9 e 10,  conteneva 2 punti importanti.

Cominciamo dall’articolo 10 in cui si dice che il Parlamento Europeo considera necessario che nello Statuto della BCE all’obiettivo della stabilità monetaria venga aggiunto quello della piena occupazione e i due siano considerati come due obiettivi di pari livello della politica monetaria della BCE. Vedremo poi che se dovesse passare questo punto, l’articolo 9 è una necessità ineludibile delle politiche della BCE. Anticipo subito che i due articoli sono stati cassati quando si è arrivati al documento finale approvato dal Parlamento europeo. A chi volesse divertirsi ad approfondire come sia strutturato il pensiero dei conservatori tedeschi o olandesi o finnici oggigiorno consiglio di leggere tutti gli emendamenti proposti ai due articoli e i motivi che li sostengono, dati facilmente reperibili in rete.

Come al solito, i tedeschi hanno imposto la loro visione basata sulla malattia ben nota di paranoia inflattiva. Basta leggere l’emendamento del deputato di centro-destra Werner Langen per capire come non sarà facile curare questa malattia tedesca. “Le politiche monetarie espansive non hanno fatto nulla per portare a una ripresa economica che possa durare”. Secondo Langen, l’unico modo di promuovere la crescita è attraverso politiche economiche sostenibili e riforme strutturali dell’economia e pertanto la BCE deve continuarsi a occupare solo della stabilità dei prezzi. Ogni finanziamento del debito pubblico da parte della BCE con aumento della base monetaria deve ritenersi illegale e deve essere evitato a ogni costo. Che la disoccupazione in Europa sia sopra al 12% (e in alcuni paesi quella giovanile superi il 60%) non sembra essere di nessun interesse per Langen.

Comunque non abbiamo molte scelte. Per cominciare a raddrizzare l’albero storto dell’Euro, come concepito nel Trattato di Maastricht, bisognerà sfidare alla morte, sul piano delle idee, i migliaia di Werner Langen che infestano non solo i Parlamenti, ma anche i giornali, le televisioni e molti partiti politici. A noi sembra assurdo che il Parlamento Europeo non sia in grado di discutere apertamente, e anche robustamente, quale debba essere la politica monetaria appropriata per l’Europa in un momento come questo in cui la disoccupazione in molti Paesi è ai massimi storici e la deflazione sembra alle porte, nonostante l’argomento sia al centro del dibattito mondiale da 5 anni a questa parte.

Per capire, però, perché il passaggio istituzionale contenuto nell’articolo 10, debba diventare l’obiettivo numero uno della Sinistra europea richiede un lungo ragionamento che deve per forza di cose partire da lontano.

La grande depressione degli anni Trenta ci aveva insegnato che senza un intervento importante dello Stato, un’economia capitalistica avrebbe potuto attraversare lunghissimi periodi di altissima disoccupazione. E che la depressione poteva essere combattuta con l’aumento della spesa pubblica. E questa crescita della spesa durante la seconda guerra mondiale fece uscire definitivamente gli Stati Uniti dalla crisi.

Dopo la pubblicazione del libro di John Maynard Keynes nel 1936, Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta, l’obiettivo della piena occupazione nel dopoguerra  diventa lo scopo primario della Sinistra (e in alcuni casi anche della Destra). Il primo a esplicitarlo in modo coerente e a prendere quindi la guida della Sinistra democratica in Europa è il leader laburista Beveridge in un documento del 1944, Full Employment in a Free Society, che è alla base della costruzione del sistema di welfare che a macchia d’olio sarà realizzato negli anni successivi in molti paesi europei. Il discorso di Beveridge è chiaro: il principale obiettivo della politica economica di uno Stato deve essere quello di fare in modo che la disoccupazione rimanga al più basso livello possibile.

Nel 1945, lo Statuto dell’Onu fu firmato da 50 paesi. L’art. 55 definiva la piena occupazione come una condizione necessaria di stabilità e benessere della popolazione. E l’art. 56 richiedeva che tutti i Stati firmatari si impegnassero a usare i loro poteri di politica economica per assicurare il pieno impiego. Non si lavora tanto e solo per ricevere uno stipendio – era questa la filosofia di coloro che scrissero quei articoli – ma avere un lavoro è un diritto umano fondamentale.

L’enfasi di tutte le politiche macroeconomiche doveva essere quella di promuovere la piena occupazione. E questo fu quello che avvenne negli anni Cinquanta e Sessanta quando la disoccupazione in Europa rimase sempre al di sotto del 5%. Solo alla fine degli anni Settanta, dopo i due shock petroliferi, la disoccupazione varcò la soglia del 5%.

Le politiche fiscali e monetarie erano dirette a fare in modo che si generasse abbastanza domanda per generare una crescita dell’occupazione in linea con la crescita delle persone in cerca di lavoro. Il controllo dell’inflazione era ritenuto uno scopo importante ma non il numero uno. Altro obiettivo importante, a fianco della piena occupazione, era un obiettivo redistributivo. Si riconosceva che il mercato, se lasciato solo a se stesso, sarebbe diventato totalmente amorale e pertanto c’era bisogno di politiche che mettessero un freno a disuguaglianze di reddito fuori da ogni logica morale e persino economica. Tema che, a sorpresa, è stato ripescato in Svizzera dove si è tenuto un referendum affinché il salario più alto in un’organizzazione non fosse più di 12 volte alto di quello più basso. Il referendum non è passato, ma il tema dovrà essere riproposto dalla Sinistra a livello europeo.

Con la prima crisi petrolifera nel 1974 che portò a un rapido aumento dell’inflazione in molti paesi, ci fu un inaspettato e imprevisto ritorno delle teorie economiche pre-keynesiane. Fu addirittura reintrodotta nel dibattito economico la screditata legge di Say che sosteneva che sono i mercati a garantire la piena occupazione e che i tentativi keynesiani di abbassare la disoccupazione sotto un suo livello naturale (livello naturale di disoccupazione), come lo aveva definito Milton Friedman, sarebbero alla fine stati inefficaci e avrebbero portato solo a una crescita dell’inflazione. La nozione keynesiana che la disoccupazione fosse un fallimento dell’economia di mercato fu abbandonato. Secondo Friedman e soci, la disoccupazione doveva essere affrontata come un fallimento nell’offerta. Le persone erano  disincentivate dal cercare lavoro poiché beneficiate dagli assegni di disoccupazione e l’eccessiva regolamentazione del mercato del lavoro diminuiva l’offerta di posti. Insomma, negli anni Settanta, per la prima volta le politiche monetarie e fiscali espansive per stabilizzare l’economia cominciarono ad essere criticate e piano piano a scomparire. La retorica che l’inflazione dovesse balzare al primo posto come obiettivo di politica economica prese il sopravvento.  Le idee di Milton Friedman cominciarono a diventare egemoni sia presso la Destra (ma anche a Sinistra, come vedremo). Molti presero come efficaci e credibili le spiegazioni di Milton Friedman sull’aumento dell’inflazione. Primo, le politiche espansionistiche dei governi, secondo, l’uso e abuso delle normative del welfare state, e il potere eccessivo dei sindacati. Basti pensare alla guerra scatenata contro i sindacati in Inghilterra dalla Signora Thatcher. Secondo Friedman, tutte queste condizioni interagivano tra di loro e evitavano le situazioni ottimali previste nel modello neoclassico. Molto meglio sarebbe stato agire attraverso le leve della supply side economics, e cioè attraverso riforme microeconomiche che togliessero agli operatori economici quelli che allora erano chiamati ‘lacci e laccioli’.

Per combattere l’inflazione, molti paesi adottarono politiche restrittive della domanda che fecero salire di nuovo la disoccupazione. Si inaugurò un periodo che viene ricordato come quello della stagflazione, cioè inflazione e disoccupazione alti al contempo.

L’obiettivo primario, come abbiamo già detto, diventò quello di controllare l’inflazione. La funzione stabilizzatrice delle politiche di deficit di bilancio raccomandate da Keynes vennero gradualmente abbandonate. L’idea che una domanda aggregata insufficiente potesse ridurre le opportunità di lavoro fu messa in soffitta. Sempre più, anche a sinistra, l’idea di un fallimento sistemico nell’economia di mercato venne sostituito dall’idea che ognuno dovesse diventare responsabile per il proprio futuro. Chi rimane disoccupato lo è a causa della sua scarsa formazione professionale o accademica, o perché non cerca abbastanza, o perché diventa troppo selettivo nella scelta del lavoro. Il ruolo del Governo si deve limitare a fare in modo che gli individui raggiungano una preparazione che li renda impiegabili.

In uno studio Jobs Study del 1994, nel pieno dell’egemonia neoliberista e della supply-side economics, l’OCSE, The Organization of Economic Cooperation and Development, ha definitivamente chiuso il ciclo delle politiche keynesiane della piena occupazione introducendo un nuovo paradigma, quello del Full Employability Framework. Lo Stato doveva limitarsi a offrire una lunga selezione di corsi di formazione per colmare le lacune di quelli che cercavano lavoro. Le politiche di deficit spending non erano più considerate adatte per combattere la disoccupazione. Anzi, al contrario, in Europa, con Maastricht, firmato un paio di anni prima dell’uscita del rapporto dell’OCSE, fortissime restrizioni venivano poste sulla capacità dei Governi di fare politiche espansive. In quest’atmosfera, a Maastricht fu deciso che l’unico obiettivo della BCE dovesse essere quello del controllo dell’inflazione. La piena occupazione era scomparsa dal radar degli obiettivi di politica economica.

Negli anni Novanta, mentre la Sinistra italiana cercava di ricollocarsi anche ideologicamente dopo la caduta del muro di Berlino, il leader della Sinistra in Europa divenne Tony Blair. E quest’ultimo diventò il più grande sponsor della filosofia dello Jobs Study dell’OCSE. La fotografia la fa benissimo uno dei più influenti advisor di Tony Blair, il Barone Richard Layard:

“Nei vecchi e brutti giorni passati, la gente pensava che la disoccupazione potesse essere ridotta stimolando la domanda aggregate nell’economia… Ma questo non assicurò la soluzione del problema principale e cioè quello di assicurare che non si creassero pressioni inflazionistiche mentre esistevano ancora sacche massicce di disoccupazione. L’unico modo per risolvere questo problema è quello di rendere i disoccupati più appetibili ai datori di lavoro, attraverso la formazione, la motivazione alla ricerca di un lavoro, agenzie che aiutano a trovare lavoro, e attraverso un sistema flessibile di salari differenziati. Nient’altro potrebbe riuscirci.” Insomma, il leader più prestigioso della Sinistra europea sposa in pieno l’agenda neoliberista dell’OCSE sul mercato del lavoro.

Nel manifesto politico del Blairismo, il cui maggior filosofo è stato Anthony Giddens che nel 1998 scrive il celebre libro sulla Terza Via, l’individuo viene posto al centro. Gli individui devono essere responsabili, intraprendenti, flessibili. Il sistema di welfare creava dipendenza, bisognava forzare gli individui a prendersi delle responsabilità e non solo a vantare dei diritti. Doveva esserci reciprocità tra doveri e diritti. Il maggior baco della Terza Via di Tony Blair è stato quello di non rendersi conto che, come aveva stabilito Beveridge, anche lo Stato deve prendersi tutte le sue responsabilità per assicurare che ci sarebbe stato abbastanza lavoro per coloro che lo cercano. L’errore più madornale è stato quello di ignorare il ruolo delle politiche macroeconomiche nel creare lavoro. Può essere vero che ci sono persone che si adattano a uno stile di vita, diciamo da welfare, ma è anche vero che un individuo che è qualificato e ha voglia di lavorare si trova ad essere impotente di fronte a una mancanza cronica di posti di lavoro dovuta a cause macroeconomiche.

Ecco perché uno dei primi obiettivi di una Sinistra Europeista deve essere quello di rimettere l’obiettivo della piena occupazione al centro delle politiche economiche, se non sopra, almeno a pari livello dell’inflazione. E quindi, ecco l’importanza dell’articolo 10 di cui stiamo parlando. D’altra parte, Obama e la Fed americana hanno già posto la lotta alla disoccupazione come il target principale a cui deve attenersi la politica economica.

Quindi, per riassumere, la Sinistra deve mettere al primo posto l’obiettivo che lo Statuto della BCE cambi in modo da mettere la piena occupazione come obiettivo primario della banca a fianco di quello dell’inflazione. Questo è un obiettivo imprescindibile.

L’art. 10 del draft report del Parlamento europeo è strettamente collegato all’articolo 9 in cui si dice testualmente: “Considerato che gli strumenti di politica monetaria che la BCE ha usato dall’inizio della crisi, mentre ha sicuramente portato aiuto a un mercato finanziario sotto stress, ha però rivelato grossi limiti per quanto riguarda la crescita e la disoccupazione, si propone pertanto alla BCE l’implementazione di nuove non convenzionali (unconvential) misure per rilanciare la crescita, incluso l’uso di una Emergency Liquidity Assistance per poter portare avanti politiche di Overt Monetary Financing del debito degli Stati al fine di liberare risorse che possano essere destinate alla riduzione delle tasse sui redditi più bassi delle famiglie o su nuovi progetti di investimento mirati agli obiettivi di Europa 2020”.

Anche se apparentemente non lo sembrano, i due articoli, il 9 e il 10, sono invece strettamente interrelati. Se la BCE avesse come obiettivo, oltre a quello dell’inflazione, anche quello della riduzione della disoccupazione, non potrebbe agire su quest’ultimo senza poter far ricorso a operazioni di Overt Monetary Financing, cioè facendo ricorso a operazioni finanziate direttamente dalla BCE con un aumento della base monetaria. Cercheremo di capire perché in uno dei prossimi post.

Elido Fazi