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Testimonianze

di Fabio Ciriachi
Sguardi impropri dalle feritoie della fortezza.

Verifica per lettori attivi (e generosi)

Lo so, se si lavora a un nuovo romanzo ci si dovrebbe occupare soltanto dello “sconosciuto” verso cui porta la scrittura, concentrati sulla necessità di allontanarsi il più possibile dal punto di partenza allineando una dietro l’altra parole che sappiano convincere fino all’arrivo. Stella polare, il dovere d’autore.

Ciò non impedisce che talvolta, a chi pratica questo esercizio di solitudine, torni utile sottoporre al giudizio altrui parti del lavoro svolto. È questo il caso di ora. Il materiale oggetto di verifica comprende il titolo del romanzo (meno provvisorio di quanto non lasci intendere la sua malagrazia vagamente magrittiana), tre epigrafi, una breve premessa e il primo capitolo (su quattro conclusi); neanche una decina di cartelle in tutto. Le domande, per chi accetta il gioco, sono due: leggeresti anche il seguito? E ancora, in breve, positiva o negativa che sia la risposta: perché?

 

***

 

(titolo)

QUESTO  È  IL  ROMANZO DEGLI  ACCOSTAMENTI  INADEMPIUTI

 

(epigrafi)

Come se un fiume trasportasse / tutte le scene che ha mai rispecchiato / chiuse nelle sue acque, e non a galla, / effimere, fluttuanti. (Elizabeth Bishop)

Teneva in gran conto le proprie impressioni; era la sua debolezza, del resto scusabile in lui considerato che aveva ormai cinquant’anni, un’età in cui un uomo di mondo intelligente e non privo di mezzi acquisisce sempre una maggiore stima di se stesso, talvolta anche senza volere. (Fëdor Dostoevskij)

Un clima di cauta allegria, come il giorno di Natale in qualche avamposto artico. (Cormac McCarthy).

 

(premessa)

QUESTA È LA PREMESSA

È certo. Scivoliamo tutti verso un orrido senza fondo: noi, le persone amate, gli assassini, gli     infami, nessuno escluso, neanche i quasi innocenti, gli ignari, o quelli rimasti tanto a lungo appartati da sembrare scomparsi.

L’aumento della pendenza ha reso il piano inclinato irreversibile e adesso cambia solo il modo di avvicinarsi al baratro. A zigzag, nell’illusione che tirandola per le lunghe si possa incontrare il miracolo che salvi dal nulla; o andando giù dritti, come fanno i pragmatici, gli stanchi, i lucidi.

Tra qui e la fine, che si traccheggi o si proceda spediti, intercorre comunque un tempo incalcolabile di gesti e atteggiamenti che non cesseranno di essere vitali. Una condizione così contraddittoria (incedere vitalmente verso il baratro lo è) pare destinata a produrre attriti, cortocircuiti, scintille. Tutto ciò che verrà illuminato e messo in ombra da queste scintille costituisce l’oggetto della nostra narrazione.

 

(primo capitolo)

QUESTO È IL CAPITOLO 1

Il giorno in cui il destino decide di fargli visita, Vic Menina ha da poco compiuto cinquant’anni. Con alle spalle una inquieta vita sentimentale – da cui ha preso le distanze senza mettere al mondo figli che ne rendessero durevole il caos – ora è un uomo serenamente solo, esercita con successo una professione apprezzabile e ritiene, per una serie di ragioni tutte in apparenza valide, che a questo punto il disegno della sua vita sia tracciato in modo definitivo, e lui debba solo riempire di colori senili gli spazi bianchi fra ora e una morte che immagina lontana e regolare.

La prospettiva – anziché rattristarlo o deprimerlo, come potrebbe succedere a chi ha in uggia la remissività – gli sembra adeguata alla moderazione che da un po’ caratterizza molte sue scelte. Ricorda di aver letto di un particolare legame tra età della vita e carattere; se quella equivalenza è vera, e la memoria non lo inganna, ora trova plausibile che i cinquant’anni siano rappresentati dalla moderazione. Vorrebbe dire che sta nella norma. Non è perfetto?

Essere visitati dal destino, oggi, è un evento eccezionale anche perché la morte del tragico, che ha sottratto spessore a questo antico personaggio, lo ha reso ruvido ed ellittico come chi si trova a dipendere da eventi che prima dominava. Avesse avuto la mollezza del caso, che campa d’aria o di chiacchiere altrettanto futili, non ne avrebbe risentito così tanto. E invece… Ma è inutile recriminare.

Gli eventi eccezionali, per loro natura, sono talmente ineffabili che sarebbe vano cercare di raccontarli in modo lineare; meglio ricorrere a semplificazioni figurate che, pur tradendone le forme, ne traducano il più fedelmente possibile il senso. Nel caso del romanzo in corso (perché tale è, oltre l’assertività del titolo, questo scritto su cui convergono le nostre attenzioni) potremmo dire che il destino, un giorno, si presenta a casa di Vic Menina con l’intenzione di parlargli, e lo fa vestendo i panni di un visitatore privo di appuntamento.

Prima ancora di raccontare dove abita Vic Menina, e semmai fornire qualche dettaglio della casa, un po’ di parole merita spenderle intorno alla sua professione di cui, fino adesso, sappiamo solo che è “apprezzabile”. Troppo generico; si apprezzano tante cose, e così diverse, che senza accordarsi preventivamente sui confini di un significato si rischia l’incomprensione. Per dirla in modo brutale, è indubbio che il boia di Nôtre Dame trovasse apprezzabile dare la morte a degli sconosciuti, come Dracula addentare giugulari o assalire i depositi dell’Avis, ma è altrettanto indubbio che su certe specifiche predilezioni sarebbe impossibile costruire un criterio che vada oltre i singoli casi. Qui bisogna essere ancora più espliciti ed esporre, senza ulteriori giri di parole, le cose come stanno; dire, molto semplicemente, che Vic Menina aiuta gli altri a vivere meglio.

Nemmeno questo , però, ci permette di uscire dal generico, perché anche il pusher svolge lo stesso ruolo nei confronti del tossicodipendente, come il venditore di liquori nei confronti dell’alcolista, tanto che entrambi, tossicodipendente e alcolista, fanno un ricorso smodato ai rispettivi benefattori (se così si può dire), attenti solo a non confonderli l’un l’altro. No, Vic Menina ha un raggio di azione molto più vasto, perché aiuta a stare meglio le persone cosiddette sane il cui particolare mal di vivere trae origine dalle tossine assunte involontariamente per il solo appartenere a un ordine sociale; tossine che alla lunga, se non si oppongono loro rimedi adeguati, provocano infelicità peggiori di quelle causate dalle patologie alla moda.

O meglio: se Vic Menina fosse un antibiotico, apparterrebbe alla categoria di quelli ad ampio spettro, e nel suo foglietto esplicativo, alla voce prescrizioni, sarebbero elencati termini di solito assenti dai bugiardini dei farmaci quali: “vincere il mal d’amore (o far credere di averlo vinto)”, “imparare a chiedere perdono e/o scusa”, “vedere chiaro in se stessi e, nei casi peggiori, vincerne l’orrore”, “come fare fronte a uno sfratto avendo perso al contempo lavoro e fidanzato/a”, “come vincere il sovrappeso se la fame deriva da mancanza d’affetto”, “come vincere la fame se il sottopeso deriva da mancanza di denaro”, “valutare la convenienza di tenere un’auto che si guasta spesso”, “come insonorizzare la casa per fare salva la possibilità di concentrarsi in modo creativo”, “come vincere la frustrazione di non vincere mai al lotto”, “come riparare un rubinetto che goccia e se vale la pena farlo dopo essere stati sfrattati e avere perso lavoro e fidanzato/a”.

Ci fermiamo qui, con la casistica, perché forse ora è chiaro in quale sfumato quadro – confinante per tutto il suo perimetro con varie e diversamente trattabili spigolosità della vita quotidiana – si muovono le competenze di Vic Menina; ma la lista, se solo ci rifacessimo al suo archivio, potrebbe continuare con esempi di alta levatura tragicomica per quanto le difficoltà dei suoi assistiti si sbizzarriscono lungo le più riposte e sorprendenti declinazioni della vita interiore.

Dunque, i fatti. Un pomeriggio in cui l’agenda non prevede appuntamenti, qualcuno suona al citofono. Dove si trova, Vic Menina, in quel momento? E da cosa lo distrae la scampanellata? A essere precisi, e noi possiamo, va detto che il luogo da cui è richiamato al presente, lo si può identificare, grosso modo, con la Melanesia; in particolare le isole Trobriand per come, a inizi del XX secolo, ne studiò le abitudini degli abitanti l’ancora poco noto antropologo Bronisław Malinowski. La situazione, in realtà, è più dinamica di quanto la localizzazione geografica non possa lasciare intendere; perché Vic Menina, le notizie sui trobriandesi le sta leggendo in un saggio di Luc de Heusch, un vecchio antropologo belga il cui Con gli spiriti in corpo – Transe, estasi, follia d’amore cerca di dare risposte attendibili alle più frequenti domande che psicanalisi e antropologia ancora si pongono sul tema della perdita di controllo; e li sta leggendo, questi tentativi di risposta, in un capitolo in cui l’autore punta “a considerare la passione amorosa come un fenomeno culturale relativamente recente nella civiltà occidentale cristiana. Riprendendo Denis de Rougemont, ho suggerito di considerare il romanzo medievale di Tristano e Isotta come una delle sue prime manifestazioni esplicite. Questo romanzo, inoltre, contiene, come il mito trobriandese, il tema del filtro. In effetti, è proprio ingurgitando per errore la bevanda magica destinata a re Marco che Tristano e Isotta s’innamorano perdutamente l’uno dell’altra”. È più chiaro, ora, quale può essere il balzo interiore che lo squillo del citofono provoca nel vigile abbandono di Vic Menina. Decide di non ignorarlo, e sgranchendosi le gambe irrigidite dalla postura, a passi cauti scivola sul parquet fino al citofono, solleva la cornetta.

“Buon giorno, signor Menina, lei non mi conosce, ma è assolutamente necessario che le parli”.

Giusto il tempo di includere la richiesta nell’ambito dell’accettabile – ambito reso più ampio da quel “signor Menina” anziché il solito, e oltretutto immotivato, dottor Menina – e “quinto piano” dice in tono professionale mentre pigia il pulsante dell’apertura e cerca di assumere quella consistente vastità emotiva con cui sempre accoglie chi si rivolge a lui; che si tratti o meno di assistiti.

Malgrado sia perfettamente presentabile – e una scorsa veloce nello specchio dell’ingresso glielo conferma – non si spiega il perché dell’inquietudine con cui ascolta il fruscio dell’ascensore. Dovrebbe risolvere inquietudini, lui, non vestirsene, e tanto meno al cospetto di chi conta sul suo aiuto. Ma ora è così, e in un estremo tentativo di pulirsi la mente si domanda se per caso lo stato d’animo non derivi dalle pagine solo apparentemente neutre di Con gli spiriti in corpo, che ha poggiato aperto sul divano e la cui copertina blu scura, dove spicca il bianco marmoreo de La visione della Beata Ludovica Albertoni, del Bernini, intravede, voltandosi, quando è già con la mano sulla maniglia della porta.

La vita, col suo corredo di dettagli a prima vista quasi sempre nitidi, viene attratta in modo irresistibile  dalla carta assorbente della memoria che solo in seguito decide in quale scansia del magazzino riporla: se in quella delle cose da conservare a lungo e con cura, o non piuttosto lì dove trovano accoglienza le apparizioni fugaci destinate a svanire in pochi giorni, se non addirittura in ore. Ma quanto vede stavolta Vic Menina, affacciandosi sul pianerottolo, appartiene alla rara categoria delle immagini indelebili; e non perché ricche, come avviene in genere, di dettagli che ne giustificano l’eccezionalità, ma solo perché così gli dice, con una sensazione di certezza mai provata prima, lo sguardo di disumana quiete che gli rivolge lo sconosciuto, una volta fuori dell’ascensore.

Mentre spalanca la porta, una cosa risulta subito chiara a Vic Menina; quella persona – che continua a calamitare in modo irresistibile il suo sguardo, e il cui aspetto si sottrae a qualunque genere di definizione (età, cultura, classe sociale, forse anche sesso, dal momento che è stata una congerie non probante di elementi esteriori a farglielo classificare subito nella categoria del maschile) – non sarà mai un suo assistito, è troppo in sé, troppo giusto (che è ben più di aggiustato), troppo carico di un’energia riparatrice per poter avere qualsivoglia bisogno di aiuto. E allora perché è lì? Cosa è venuto a portare, giacché sembra evidente che non sia sua intenzione chiedere, prendere o pretendere qualcosa?

Entrano nella luce dorata dello studio dalle cui finestre risuona, appena attutito, il traffico dello stradone sottostante. Vic Menina siede sulla grande poltrona ergonomica dove è solito assorbire stanchezze e difficoltà delle vite altrui; l’ospite, sulla sedia poco imbottita dei faccia a faccia preliminari che non devono mai svolgersi in uno stato di eccessiva comodità per evitare che l’assistito, in quella fase interlocutoria, cominci ad assumere un atteggiamento collaborativo che potrebbe non essere il più adatto a quello che sarà il lavoro da fare assieme, una volta elaborata la strategia terapeutica.

“Che giorno è oggi, signor Menina?” dice lo sconosciuto. La domanda è così spiazzante che la gratitudine per essere stato sollevato dall’onere di aprire il discorso si stempera nella improvvisa difficoltà che comporta rispondere. Perché Vic Menina sa che oggi è oggi, lo sa bene, come sa che è pomeriggio, e però, mentre non ha dubbi sull’anno, ne ha invece su giorno e mese. È già settembre o ancora agosto? Fuori fa caldo, ma non vuol dire nulla, veste leggero, come il suo ospite, ma neanche questo vuol dire, e… Di colpo l’immagine franta si ricompone, la circostanza del pomeriggio libero lo colloca con sicurezza in un mercoledì, il numero 11 che spicca sul calendario accanto all’agenda lo fa propendere per settembre: “È l’undici settembre” dice soddisfatto, come se la domanda fosse di una difficoltà tale che rispondere in modo giusto deve per forza renderlo meritevole di lodi.

“È consapevole che ha impiegato alcuni secondi a rispondere?” dice lo sconosciuto che sembra aver assunto definitivamente l’iniziativa.

Prima ancora di domandarsi se debba considerare retorica la forma interrogativa, Vic Menina prende atto che le parti si sono invertite. Non è lui, stavolta, a interrogare e a valutare le risposte. Stavolta arranca come se invece di essere il professionista che è, fosse uno studentello impreparato che con due sole domande si è fatto cogliere in castagna dall’esaminatore.

È troppo. In un sobbalzo di autostima, trova la decisione per uscire in tempo dalla strettoia prima che si trasformi in un cul de sac. Chiude gli occhi così da interrompere un campo visivo sempre più difficile da sostenere; poi, a dita aperte e tese, unisce tra loro le mani e, forte dell’energia messa in moto da quel contatto, riapre gli occhi: “Vuole essere così gentile da chiarirmi il motivo della sua visita?”.

“Ha ragione, avrei dovuto farlo subito. Le risparmio le mie generalità che, data la situazione, ritengo irrilevanti. Le basti sapere che sono qui per annunciarle un evento che senza la mia mediazione potrebbe turbarla…”.

“Temo di non aver capito”.

“Vede, signor Menina, è importante che prima di entrare in argomento, io la convinca di un’evidenza che le sfugge”.

“E sarebbe?”

“I limiti che mette al senso del suo esistere”.

“Lei sproloquia, mi scusi, e non so se sia peggio l’arroganza del tono o la bassa filosofie che esprime”.

“Bassa filosofia? Il senso della vita è l’unica cosa che conta, e non stia così sulla difensiva, altrimenti perde contatto con la sensibilità. Grazie alla sua professione – che è nobile, non ci sono dubbi – lei crede di aver trovato una formula bastante, la ripete ogni giorno, questa formula, la affina al punto da sentirsene così specializzato che mai e poi mai si sognerebbe di metterla in discussione, e non vede, però, quanto il nascondersi in essa corrisponda a una sepoltura in vita, a una morte inconsapevole”.

“Sta abusando della mia pazienza. Parla di cose che non conosce, dà giudizi di una superficialità imbarazzante e…”.

“Mi scusi se la interrompo, ma gli eventi incombono e non c’è tempo. Mi ascolti bene: voci sconosciute stanno per manifestarsi in lei come pensieri non suoi. Non le tema, le lasci dire, sia accogliente”.

“Non credevo potesse arrivare a tanto, lei…”.

Non può continuare. Una voce, che non è la propria né quella dell’interlocutore, comincia a parlare, chiara e autorevole, dentro di lui: “Si prepari a diventare il riflesso di nuove visioni, signor Menina. Osserverà le cose anche dal punto di vista di ciò che vede; si vedrà guardarle, come in sogno. Ma non abusi emotivamente della prerogativa. Diventerà il punto focale di storie non sue che però, in virtù di questa accoglienza, esisteranno attraverso di lei. Abitato da voci che non significano follia ma apertura mentale, sarà lo snodo di vicende altrimenti condannate al silenzio. Non dovrà scrivere né memorizzare nulla; la sola attitudine a lasciarsene attraversare basterà a rendere loro giustizia. Perché non lo dimentichi, è sommamente giusto dare voce alle parole mute. Solo così il mondo diventa grande, e la grandezza aiuta a trovare meglio il proprio spazio e la propria misura, rende più relativi i dolori assoluti”.

Il silenzio che segue gli ronza nelle orecchie che stentano a riprendersi da quell’ascolto a rovescio. Ciò che in particolare lo sorprende, non è tanto che una voce abbia parlato in lui in modo così chiaro da non spaventarlo, quanto la certezza che quelle parole non le dimenticherà mai. Ancor più che esserne rimasto convinto, le conosce come se le avesse partorite. Sono indelebilmente sue, e sa che ne farà tesoro alla prima occasione.

“Ora può capire cosa intendevo annunciarle” dice lo sconosciuto senza modificare in alcun modo l’espressione quieta.

Vic Menina aggrotta la fronte, si concentra, prende tempo. “Perché proprio io?”.

“Non consideri la mia risposta irriguardosa, o superficiale, giacché è sostenuta da ragioni più profonde di quanto non sembri: per il suo cognome”.

“Non capisco”.

“È per Menina. Ha presente il quadro di Velasquez Las Meninas?”.

“Credo di sì. È un quadro pieno di personaggi, se non sbaglio… ci sono nani, cani, giovinette…”.

“Certo, ma la sua importanza sta nel punto di vista adottato dal pittore. Ora non voglio tediarla con argomenti già molto trattati dalla storia dell’arte e dalla filosofia, e di cui può facilmente trovare riscontri bibliografici. Tanto per dirle, Foucault inizia Le parole e le cose proprio con un saggio su Las Meninas intitolato “Le damigelle d’onore”. Ecco, nessuno meglio di lei, con un cognome che allude in modo così diretto all’inversione di prospettive mirabilmente celebrata da quel quadro, e considerando la professione che svolge, poteva fare da collettore dell’inespresso; che, le ricordo, è di una quantità notevole, ed è tale, sempre, per la nostra indisponibilità all’ascolto; quasi che noi tutti, in quanto persone, fossimo le sinapsi di un grande processo mentale, o esercizio di pensiero collettivo, se preferisce, che ragiona diversamente da quelle che sono le intime riflessioni di ciascuno. Come le è stato detto, sarà visitato da voci. Non so dirle se una in particolare, o più. Conta poco. L’importante è che lei si disponga ad accoglierle”.

“Capisco… cioè, non capisco ma non dubito che sia così” e annuisce piano, col su e giù della testa che sembra la ginnastica dell’accettazione. “Per quanto ha spiegato pare inevitabile che le cose debbano andare in questo modo, non vedo scelta… insomma, sa molto di destino”.

“Non poteva essere più preciso”.

A Vic Menina sembra che l’ultima affermazione dello sconosciuto sia accompagnata da un sorriso, ma in realtà quel volto non ha perso neanche un po’ della ieratica compostezza mostrata fin dal primo incontro sul pianerottolo. Il sorriso, forse, nasce tutto dentro di lui, tutto. Sta per congedare l’ospite quando ha un ripensamento.

“Ancora una domanda”.

“Prego”.

“Se la legge del nomen omen ha un senso, come lei sostiene, perché sono stato scelto proprio io? Esistono tanti altri Menina e…”.

“Ne esistono pochissimi, invece, mi creda, e nessuno porta il suo nome nel modo in cui lo porta lei. Nessuno è così fedele a se stesso”.

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