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Oltre il giardino

di Adamo
Only three people have ever really understood the Schleswig-Holstein business—the Prince Consort, who is dead—a German professor, who has gone mad—and I, who have forgotten all about it." (Lord Palmerston)
Giulio Regeni

Verità vo cercando, ch'è sì cara. Riflessioni sul caso Regeni da una prospettiva europea

Adesso che si sono spente anche le luci sul canonico concerto del primo maggio, svoltosi all’insegna della ricerca di ‘verità per Giulio Regeni’, potrebbe essere un momento opportuno per una riflessione che prenda in esame anche gli aspetti meno immediati della vicenda. Sono da una parte in ballo principi non negoziabili quali la vita di un giovane prematuramente strappato all’affetto dei suoi cari. Ne va anche della dignità di un Paese, l’Italia, che legittimamente attendeva e attende da un altro, l’Egitto, un comportamento meno levantino di quello ricevuto nella circostanza, non certo consono all’amicizia professata nel linguaggio degli accordi bilaterali e nella retorica di vertici e dichiarazioni ufficiali. Ma è ormai in gioco l’efficacia complessiva della politica estera italiana; e, visto che la controversia si è dilatata sino a lambire le sponde di Bruxelles, quella della politica estera dell’UE.

Partiamo da una premessa, anzi due. La prima: a nessuna persona dotata di un minimo di sensibilità e di buon senso può piacere la deriva autoritaria innegabilmente in atto al Cairo. Una deriva contraria a valori basilari di umanità, e agli stessi interessi di un Paese che meriterebbe di essere governato con ben altra saggezza. Per tacere dell’interesse alla stabilità della regione di cui l’Egitto è senz’altro un perno essenziale, e rispetto al quale le politiche repressive manu militari rappresentano una risposta dal fiato corto, premessa a lungo andare di una destabilizzazione ancora più marcata.

La seconda: ‘verità per Giulio Regeni’ è uno slogan toccante quanto ineccepibile sul piano dell’etica e dei buoni sentimenti. Efficacissimo per un’ONG (e infatti porta il copyright di Amnesty International); ma non può assurgere a manifesto programmatico della politica estera italiana, né tanto meno a condizione sine qua non delle relazioni Italia-Egitto. A meno che non si pensi di applicare le categorie concettuali del mondo giudiziario – per loro natura binarie: vero-falso; colpevole-innocente – a quello delle relazioni internazionali, portate invece alla ricerca di compromessi, di ambiguità costruttive accettabili da ambo le parti là dove la lingua di Procure e Tribunali propende a requisitorie e verdetti. In altre parole: a meno che non si pensi di parafrasare von Clausewitz e sostenere che, nel 2016, la politica estera è la continuazione dell’azione della magistratura italiana con altri mezzi.

Né si può seriamente pensare di subordinare alla soluzione della dolorosa vicenda che ha colpito la famiglia Regeni e commosso un paese intero la prosecuzione – e, se possibile, l’intensificazione – della collaborazione con l’Egitto, indispensabile ad esempio per cercare di rimediare con qualche chance di successo il rompicapo della vicina Libia. La chiave per risolvere il dilemma apparente sarebbe ‘compartimentalizzare’: non fare sconti sul caso-Regeni ma senza per questo interrompere i contatti e le comunicazioni su altri fronti, specie quelli nei quali sarebbe interesse dell’Italia tenerli aperti. Invece, la decisione di richiamare l’Ambasciatore al Cairo è un passo che, almeno da un punto di vista simbolico (e in politica estera, si sa, i simbolismi sono molto, se non tutto), va nella direzione opposta. E del resto nel passato anche recente l’Italia non ha dato prova di particolare capacità nell’evitare che le occasionali controversie compromettessero il quadro d’assieme delle relazioni con partners di peso: si pensi a come il caso-Battisti ha condizionato, e tuttora condiziona, le relazioni col Brasile; per tacere della vicenda dei marò in India.

In questo contesto, anche il richiamo alla solidarietà europea che si è levato da più parti, del mondo politico e istituzionale italiano, sollecita un’analisi spassionata. Per consuetudine, infatti, la politica estera e di sicurezza comune non fa proprie le questioni bilaterali che coinvolgano uno dei suoi Stati membri con un paese terzo. Non per indifferenza ma per spirito di sopravvivenza: altrimenti la politica europea, già appesantita dal fardello dell’unanimità, sarebbe in uno stato permanente di paralisi. Naturalmente la regola ammette eccezioni quando sono in gioco interessi essenziali ed è certo nell’interesse di ogni altro Paese europeo, e dell’UE nel suo complesso, ammonire l’Egitto in maniera inequivoca sull’inaccettabilità di violazioni ormai sempre più sistematiche dei diritti umani e libertà fondamentali.

Non senza compartimentalizzare però. In questa prospettiva, la circostanza che un altro leader europeo (il Presidente francese, nella fattispecie) abbia visitato il Cairo pochi giorni dopo che l’Italia aveva ritirato il suo Ambasciatore non sarebbe, in sé e per sé, da stigmatizzare. Meno commendevole, semmai, è la circostanza che tra gli obiettivi della visita di Hollande vi fosse, tra l’altro, quello di rafforzare le forniture di armamenti alle Forze Armate egiziane, compresi probabilmente quegli apparati di sicurezza che si sono macchiati del sangue del giovane Regeni. Un segnale di ‘business as usual’, per di più venato da possibili finalità di competizione commerciale, di cui nessuno, forse con la sola eccezione delle forze di sicurezza egiziane (e dei mercanti d’armi transalpini), avvertiva la necessità.

La contraddizione evidente di un Paese europeo che riduce la sua propensione a interagire con un importante Paese terzo proprio mentre un altro si appresta ad ampliarla offre lo spunto per un’ulteriore, ultima riflessione. Le relazioni bilaterali con Paesi terzi, specie quelli rilevanti da un punto di vista politico, interessanti da un punto di vista economico-commerciale ma problematici quanto al rispetto dei diritti umani, si sono tradizionalmente basate su una tacita ripartizione dei compiti tra la diplomazia di Bruxelles e quelle nazionali. Alle istituzioni UE viene solitamente affidato il compito di coscienza morale dell’Europa, laddove gli Stati Membri sono solite riservare per sé il pragmatismo della Realpolitik. In altre parole: all’Alto Rappresentante il pulpito delle prediche (il più delle volte inutili, verrebbe da aggiungere parafrasando Einaudi); ai leaders nazionali i tavoli per la conclusione di intese nell’interesse dei rispettivi bacini (economici, occupazionali, ed elettorali). Una divisione dei ruoli all’insegna dell’ipocrisia che rende tutti gli attori, quanto meno dal lato europeo, poco credibili ed in ultima analisi meno efficaci. Sarebbe ora di rivederla; sarebbe questo anche un modo più dignitoso e meno velleitario di altri di rendere omaggio alla vita spezzata del povero Giulio.

 

 

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