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L'Europa che vorrei

di Lorenzo Consoli
L'Aula del Parlamento europeo

Europarlamento, la solitudine dei deputati di Lega e M5s

Il risultato delle elezioni europee, trionfale per la Lega (34,3% e 28 eletti, 23 in più del 2014) ma deludente per i Cinquestelle (17,7% e 14 eletti, 3 in meno del 2014), ha consegnato gli eurodeputati della maggioranza di governo italiano a una condizione di rumorosa solitudine: si vorrebbero determinanti, o almeno influenti, nella nuova legislatura; e invece sembra proprio che tutto quel promettere grandi svolte dopo il voto sia stato molto clamore per nulla.

Perché da una parte la Lega non è ancora riuscita a convincere tutte le formazioni della destra nazional-sovranista a lasciare i loro attuali rispettivi gruppi politici per formare il “supergruppo” prospettato da Matteo Salvini (l’Alleanza europea dei popoli e delle nazioni); dall’altra, gli eurodeputati del M5s vagano come personaggi in cerca d’autore dopo il totale fallimento del nuovo gruppo vagheggiato prima delle elezioni da Luigi Di Maio, per mancanza di eletti dei partiti, promessi alleati, negli altri paesi.

Lo sforzo della Lega di formare un supergruppo sovranista si è infranto, finora, contro il rifiuto di aderirvi da parte dei due partiti nazionali numericamente più importanti a cui era rivolto l’invito.

Innanzitutto i polacchi del Pis (26 seggi) che preferiscono restare comodamente nel gruppo conservatore e riformista Ecr, dove ormai sono dominanti, dopo la disfatta dei Conservatori britannici. Poi i 13 eletti di Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orban, che nonostante l’amicizia con Salvini e la sospensione subita dal Ppe prima delle elezioni, preferisce restare con i Popolari piuttosto che fuori dai giochi in un gruppo marginalizzato all’estrema destra.

Meno chiaro, fin dalla campagna elettorale, era se il supergruppo sovranista avrebbe finito per l’attrarre anche gli euroscettici per antonomasia del nuovo partito di Nigel Farage, ex leader dell’Ukip. Ma Farage stesso ha chiarito subito, dopo il suo successo elettorale, che i 29 eletti del Brexit Party non hanno alcuna intenzione di sciogliere il loro gruppo Efdd (in cui per ora siede anche il M5s) per raggiungere la nuova formazione sovranista, dominata dai 28 eurodeputati della Lega e dai 22 francesi del Rn di Marine Le Pen.

L’unico verso successo della strategia salviniana, finora, è l’adesione al nuovo gruppo annunciata per gli 11 tedeschi dell’Afd, in uscita dall’Efdd.

Il nuovo gruppo Aepn sarà comunque il quinto dell’Assemblea, con 73 eurodeputati (uno in meno dei Verdi); ma non è abbastanza per influenzare in modo determinante né la maggioranza assoluta che eleggerà il nuovo presidente della Commissione europea, né le diverse maggioranze che si formeranno di volta in volta nei negoziati sulla legislazione.

Quanto al M5s, che per adesso, non avendo altra scelta, resta nell’Efdd con Farage, il problema vero è che fare dopo la Brexit (sempre che avvenga davvero, un giorno). L’uscita di scena dei britannici e quindi del Brexit Party, provocherebbe la fine del gruppo Efdd, e il rischio per i 14 pentastellati eletti di restare fra i paria dell’Europarlamento, i “non iscritti”. Un incubo: avrebbero ancora meno influenza dei leghisti marginalizzati nell’estrema destra, perché i non iscritti non sono un “gruppo misto”, come nel Parlamento italiano, ma semplicemente dei cani sciolti con scarsissima agibilità politica.

Per scongiurare questa prospettiva, gli eletti pentastellati dovranno cercare un altro gruppo che li accolga. E non è facile. Il M5s ha rotto i ponti con i Liberali dell’Alde: prima con il tentativo, calato dall’alto, mal preparato e fallito miseramente, di entrare proprio in quel gruppo nel 2017; e poi con i ripetuti attacchi da parte di Di Maio alla Francia del presidente Emmanuel Macron, compreso il maldestro tentativo di avvicinamento ai suoi arcinemici, i “gilet gialli”. E l’Alde, che presto cambierà nome, è il gruppo in cui siedono gli eurodeputati de “La République en marche” di Macron.

Né i pentastellati possono sperare, almeno per ora, in un’alleanza con i Verdi, nonostante le affinità riguardo ai temi ambientali e il fatto che i cinque anni trascorsi li abbiano visti votare quasi sempre allo stesso modo. Per il gruppo ecologista oggi è semplicemente inconcepibile allearsi con quelli che ai loro occhi sono soprattutto gli alleati di Salvini al governo in Italia. Inoltre, i Verdi considerano una farsa la pretesa “democrazia diretta” rivendicata dal M5s per la propria organizzazione interna, e basata sulla piattaforma Russeau.

Paradossalmente, per un movimento contro l’establishlment, fino a ieri non sembrava esclusa l’ipotesi che il M5s potesse sondare il gruppo conservatore Ecr, che d’altra parte era una delle poche alternative tra cui gli iscritti erano stati chiamati a scegliere nel 2014, quando fu decisa l’alleanza con Farage. Ma oggi all’interno dell’Ecr ci sono già degli italiani: i 5 eletti di Fdi, che il M5s lo vedono come il fumo negli occhi. E ieri sera quest’ipotesi è stata stroncata da un secco comunicato degli eletti pentastellati: “In merito alle notizie di stampa sull’alleanza con il gruppo Ecr, la delegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo precisa che non è in corso nessuna negoziazione, né sono in agenda incontri ufficiali con i loro esponenti”.

Che alternative restano, dunque? Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente uscente dell’Europarlamento rieletto per il M5s, ha escluso l’altro giorno un’alleanza europea con Salvini: “Siamo ontologicamente diversi” ha detto. Il Pd e il Ppe, che per i pentastellati sono la personificazione stessa dell’establishment europeo, comunque non li vorrebbero.

Un’ultima ipotesi che sembra esclusa a priori, infine, è quella della Sinistra unitaria europea (Gue), reduce da un forte ridimensionamento (da 52 a 38 seggi). Il gruppo Gue ha il vantaggio di non avere altri italiani al suo interno, e di prendere posizioni (sul sociale, sul commercio internazionale, sull’ambiente) spesso vicine a quelle del M5s. Ma appare insuperabile l’incompatibilità politica di fondo, vista la proclamata natura “né di destra, né di sinistra” dei pentastellati, e la forte opposizione ideologica e culturale al populismo da parte della sinistra radicale.

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