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Contromano

di Diego Marani
Riflessioni eccentriche e qualche volta provocatorie su quel che tutti vedono ma pochi guardano.
La sede dell'Università per stranieri di Perugia

La lingua di Suarez

La vicenda del finto esame di italiano del giocatore (che fu in trattative, poi fallite, per andare alla Juventus) Luìs Suarez è già stata dimenticata e il suo caso è finito negli archivi dei tanti casi di corruzione del nostro calcio e più in generale del nostro paese. Ma il danno che lascia dietro di sé nella dignità del mondo accademico e dell’Italia intera è incommensurabile.

Il calciatore dai contratti milionari che piomba da noi e si compra quello che agli altri costa studio e fatica è una ben triste immagine che lasciamo ai nostri giovani e a tutti quegli stranieri che invece arrivano da noi per sfuggire alla guerra e alla miseria, in cerca di un nuovo futuro. In più, che professori universitari fossero pronti a concedere diplomi di lingua italiana di fatto falsi è un segnale di quanta poca considerazione gode la nostra cultura e la nostra lingua proprio fra quelli che sono chiamati a insegnarla e a diffonderla nel mondo.

La lingua è la voce di una nazione, l’humus dentro il quale ognuno di noi viene al mondo e trova i punti di riferimento della propria identità. Per gli immigrati che vengono a vivere nel nostro paese la lingua italiana è lo strumento di accesso alla nostra cultura, ad una nuova appartenenza e cittadinanza che si intreccia alle loro origini costruendo un’italianità di più ampio respiro. Una lingua che muta allargandosi, che si fa crogiolo delle diversità che attraverso di lei si raccontano e trovano nella nostra cultura un nuovo spazio di esistenza è una lingua importante che va ben oltre i propri confini.

Quando esponenti della classe dirigente sono disposti a svendere tutto questo, vuol dire che si stanno erodendo i valori stessi dell’italianità. Che l’università non è più il luogo dell’universale sapere e degli alti studi ma una bottega in mano a trafficanti senza scrupoli, con tutto il rispetto per le botteghe.

L’Università per stranieri di Perugia godeva un tempo di grande considerazione ed era fra quelle che certificavano la conoscenza dell’italiano. Un punto di riferimento a livello mondiale per chi volesse avvicinarsi alla nostra lingua e cultura. Oggi il suo nome è trascinato nel fango, associato all’imbroglio e all’ignoranza.

Vi sono paesi che vantano come ambasciatori della loro cultura prestigiosi uomini di lettere. Noi oggi abbiamo Luis Suarez, il calciatore che morde. E per dirla tutta, da ispanofono, gli sarebbe costato poco l’estate scorsa in spiaggia sfogliarsi un manualetto di italiano e imparare qualche parola. Ma anche qui si tratta di una questione di responsabilità, di rispetto. Il multimilionario può permettersi di non avere nessun rispetto per il paese dove andrà a vivere. Lui non ha bisogno di cittadinanza, di integrazione. A lui non interessa conoscerci e mescolarsi a noi. Eppure saranno in tanti ad acclamarlo davanti agli schermi televisivi e a celebrarlo come un idolo, un modello da imitare. Lui vince sempre, non ha bisogno di studiare per riuscire.

Così, non vista, l’ignoranza si insinua in una società cominciando col distruggerne la lingua, che ne è il collante, perché quando non ci si capisce più non si può stare insieme. E i segni del degrado dell’italiano ce li abbiamo sotto gli occhi quando vediamo anche conduttori televisivi e giornalisti commettere errori grossolani, sbagliare congiuntivi o esprimersi in una lingua piatta, infarcita di inutili anglicismi. Altro segno di inadeguatezza, l’anglicismo, che di fatto è un arrendersi, un modo per dire che in italiano non c’è la parola. In italiano la parola c’è sempre, ma bisogna conoscerla, bisogna averla studiata.

Presto si celebrerà la settimana della lingua italiana nel mondo. Facciamone un’occasione di riscatto e di orgoglio della nostra lingua. Mostriamo al mondo che l’italiano non è quello che parla Suarez ma una lingua ricca e vivace, così duttile e solida da riuscire a coltivare in sé anche i suoi dialetti che con la loro varietà la nutrono e ne fanno la lingua più multilingue d’Europa, quella che proprio perché muta non ha confini, quella di Dante che ottocento anni fa di lingue aveva capito tutto quando diceva : “Opera naturale è ch’uom favella / così o così natura lascia fare a voi / secondo che v’abbella”.

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