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L'UE rilancia il dialogo con la Turchia, nonostante il deterioramento della democrazia nel Paese

Bruxelles – UE-Turchia, prove politiche di distensione. I capi di Stato e di governo dell’Unione europea sotterrano l’ascia di guerra e rilanciano il dialogo con Ankara. I Ventisette salutano “con favore” lo stop della attività di trivellazione e prospezione nelle acque contese, la ripresa dei colloqui con la Grecia e la disponibilità a riaffrontare la questione cipriota sotto l’egida dell’ONU. Per questi motivo i leader riuniti nel vertice del Consiglio europeo si dicono pronti a “impegnarsi con la Turchia in maniera graduale, proporzionata e reversibile su questioni di interesse comune”.

L’UE in pratica non concede piena fiducia, ma la lega alla durata dell’approccio costruttivo del partner eurasiatico. Un deterioramento dei rapporti con Cipro, Grecia, od ogni altra attività lesiva della stabilità delle regione del Mediterraneo orientale sarà motivo di restrizioni e ritiro di concessioni da parte dell’Europa. Una strategia, quella condivisa dai leader, che ricalca l’impostazione dell’ultimo summit, che voleva la strategia del doppio binario: dialogo in caso di atteggiamento positivo, linea dura in caso di sviluppi negativi. Ma soprattutto, collaborazione non per tutto e su tutto.

L’UE è pronta a collaborare con Ankara in chiave economica e soprattutto migratoria. Si chiede di accelerare nella cooperazione doganale, e poi si prende atto con soddisfazione dell’impegno del governo turco di farsi carico di 4 milioni di rifugiati siriani, con l’Europa pronta a fornire denaro. I leader danno mandato alla Commissione di “presentare un proposta di proseguire con il finanziamento dei rifugiati siriani in Turchia”.

L’Europa dunque paga Ankara pur di non prendere migranti, su cui le relazioni bilaterali “dovrebbero essere rafforzate”. Vuol dire più “controlli alle frontiere” e la garanzia che in Europa non arriva nessuno. Un messaggio non certo dei migliori, ma in linea con l’orientamento adottato già spostato cinque anni or sono.

L’Europa cerca di fare la voce grossa sullo stato di diritto, a parole fondamentale e “motivo di grande preoccupazione”. I leader condannano le azioni contro i partiti d’opposizione e i mezzi d’informazione, considerate “una grande battuta d’arresto per i diritti umani” al pari di “altre decisioni” che incidono su stato di diritto e “diritti delle donne”. Un riferimento alla decisione di Ankara di ritirarsi dalla convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, . Si ribadisce che questi aspetti sono “un elemento fondamentale” delle relazioni con Ankara, ma nei fatti l’UE, al netto di dichiarazioni, sembra dunque cedere di fronte ai suoi interessi, sacrificando i diritti sul tavolo della convenienza politica.

Il vertice del Consiglio europeo saluta con favore lo stop ad azioni provocatorie nel Mediterraneo orientale. I capi di Stato e di governo accelerano su cooperazione economica e immigrazione, ma non fanno riferimento all'abbandono della convenzione di Istanbul
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